Le Sezioni Unite 2018 In Tema Di Assegno Divorzile

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Con la sentenza in commento la Suprema Corte ha inteso comporre il contrasto giurisprudenziale nato a seguito della pronuncia n. 11504/2017 che aveva profondamente innovato la materia dell’assegno divorziale rispetto al precedente orientamento a partire dalla sentenza n. 11490/1990 SS.UU.: facciamo un po’ di chiarezza!

 

L’art. 5 della L. n. 898/1970 così dispone: “Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”.

Quando tale norma parla di “mezzi adeguati” non ne indica il termine di paragone e pertanto la giurisprudenza si è a tal proposito interrogata giungendo ad approdi antitetici: secondo un primo orientamento (ex multis Cass. S.U. n. 11490/90) l’assegno era dovuto a favore del coniuge che non avesse o non potesse procurarsi per ragioni oggettive mezzi tali da poter mantenere un tenore di vita analogo a quello tenuto in costanza di matrimonio; secondo un diverso e più recente orientamento (ex multis Cass. n. 11504/17) l’assegno era dovuto solamente all’ex coniuge che non avesse o non potesse procurarsi per ragioni oggettive i mezzi per raggiungere l’autosufficienza economica.

I due orientamenti erano invece accomunati in punto di giudizio dell’assegno divorziale: nella prima fase il giudice doveva valutare l’inadeguatezza dei mezzi, nella seconda si determinava l’esatto importo dell’assegno utilizzando i parametri indicati nella prima parte della norma citata.

Le Sezioni Unite invece abbandonano la visione bifasica del giudizio sull’assegno divorzile. Tale rigida ripartizione appare infatti errata poiché il legislatore impone di tener conto di tutti i fattori che compongono i tre criteri assistenziale, risarcitorio e compensativo, senza privilegiare nessuno di essi. Inoltre risulta iniquo valutare in una prima fase solo le condizioni del richiedente.

Peraltro, il Supremo Consesso asserisce che il parametro di adeguatezza non possa essere il tenore di vita poiché esso potrebbe portare ad un arricchimento ingiustificato dell’ex coniuge e, invero, mortifica gli altri criteri parimenti fondamentali.

Ma nemmeno l’altro orientamento, fondato sul principio di autoresponsabilità economica, può da solo essere sufficiente: esso deve coniugarsi con i principi della dignità personale e di eguaglianza costituzionalmente garantiti. Tale orientamento infatti non prende in debita considerazione il fatto che spesso le scelte patrimoniali effettuate in costanza di matrimonio sono irreversibili per la parte economicamente più debole.

Pertanto il parametro sulla base del quale deve essere fondato il diritto all’assegno divorzile ha “natura composita, dovendo l’adeguatezza dei mezzi o l’incapacità di procurarli per ragioni oggettive essere desunta dalla valutazione, del tutto equiordinata, degli indicatori nella prima parte dell’art. 5, comma 6, in quanto rivelatori della declinazione del principio di solidarietà”.

In definitiva, lo scioglimento del vincolo matrimoniale incide sullo status, ma non cancella gli effetti e le conseguenze delle scelte e le modalità di realizzazione della vita familiare. Occorre infatti tenere conto dei sacrifici fatti da ciascun coniuge che possono aver comportato effetti irreversibili che devono necessariamente essere compensati mediante l’assegno divorzile.