Gli occhi di Vittoria

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Ascoltare il racconto di  Vittoria permette di riflettere sulle condizioni di vita di un tempo: quanta strada è stata fatta sulla via dei diritti e dell’emancipazione da allora!

Come il progredire della nostra società è passato per le vite e i sacrifici dei nostri nonni e genitori, così anche la nostra Noale si è trasformata nel corso degli anni con il lavoro e l’impegno dei nostri predecessori.

Ho incontrato Vittoria a casa sua, sedute attorno al tavolo della cucina, con sua nipote Eleonora.

L’occasione del nostro incontro è nata per ascoltare il suo ricordo sulla Piazza Castello quando ancora si chiamava Piazza Calvi.

La statua di Pietro Fortunato Calvi era posta al centro della piazza, che era priva della pavimentazione che oggi la ricopre e delle querce poste a quadrilatero, c’era anche una fontanella – così la chiama Vittoria – posta nell’angolo a nord/ovest dietro alla Chiesa.

La fontanella, di cui non c’è più traccia, era un luogo di ritrovo di tutti i cittadini che vi abitavano intorno, e soprattutto per i ragazzini che, come lei, si divertivano a giocare lì e nelle altre zone vicine, come i giardini privati della famiglia Eger, dove entravano di nascosto a rubare la frutta direttamente dagli alberi.

Il racconto è rimasto bucolico esclusivamente per questi due episodi, ed è virato verso ricordi di fatti ed emozioni molto più vive ed intense, che le hanno fatto abbandonare la dimensione del tempo e dei giochi spensierati.

Vittoria, è nata negli anni ‘30 in Ca’ Matta, è stata una ragazzina durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale e le sue umili condizioni di vita si sono aggravate con la perdita del padre. Evento che l’ha segnata molto duramente: primogenita di 6 fratelli, ha dovuto prendersene carico da subito, scordandosi la dimensione del fantastico propria dei più piccoli.

La madre prese il posto di lavoro del marito in fabbrica, Vittoria la susseguì, andando a lavorare lei stessa a Marghera.

Il suo è diventato un racconto lucido, appassionato denso di dettagli, spesso dolorosi, descriva i viaggi fatti nelle ore più buie dell’inverno, sopportando il freddo e le lunghe attese dei mezzi di trasporto. Guizzi di luce che balenavano direttamente dall’anima agli occhi: quelle emozioni, legate alle sue vicissitudini familiari, le hanno fatto versare qualche lacrima, sono ancora molto vive in lei!

Emozioni che mi hanno catapultato in un tempo e in un luogo preciso, rappresentato da uno degli angoli più caratteristici e belli del centro storico di Noale, rimasto inalterato nell’aspetto urbanistico, che nella mia immaginazione si è popolato di vita di una di comunità raccolta in un nucleo di pochissime abitazioni, case che allora erano prive di ogni servizio, dal pavimento in terra battuta.

I primi vent’anni di vita di Vittoria sono una testimonianza della condizione sociale molto diffusa e comune ai più, povertà e indigenza permettevano una permeabilità e una fluidità ai nostri occhi incredibile. Vivere in una cucina e in una sola camera significava condividere due vani in sei, otto persone, ma nonostante questo una famiglia poteva accogliere come figlia una ragazza ormai grande, rimasta orfana di padre, nei primi dieci anni di vita e che non voleva seguire la madre con i fratelli ed il nuovo compagno di lei.

Vittoria trovò così una nuova famiglia e una nuova mamma adottiva in Berta, la vicina della porta accanto, che l’ha amata e protetta, come mai si era sentita amata prima, organizzando nella cucina il matrimonio riparatore, difendendola da Irma, la futura suocera, poiché insinuava che avesse cercato quella gravidanza, non avendo mai accettato la relazione d’amore con il figlio.


Cà Matta era una comunità o microcosmo in cui si viveva, lavorava, si trovava una famiglia in affido e un marito, ci si lavava il sabato pomeriggio nel canale davanti alla Rocca, dove lavorava la lavandaia che abitava dove adesso c’è un ristorante e si occupava anche dei panni del distaccamento di soldati tedeschi accampati nei pressi delle scuole.

Tutto in uno dei vicoli più caratteristici e affascinanti del centro storico.

Mi piace pensare ai luoghi che abitiamo come ad un elemento vivo che evolve, tutta la strada fatta la possiamo rivedere chiacchierando amabilmente con una signora che ne porta i segni come gli anelli di un albero, che si formano uno dopo l’altro, conservando il DNA originale. Accogliamo il passaggio di testimone cercando di continuare a preservare il nostro bene comune e a prendere in mano se possibile quanto necessita di non cadere in abbandono.

La fontanella ne è un simbolo, un bene primario condiviso, attorno alla quale ruotava e dipendeva la vita di molti che non avevano l’acqua corrente nelle case.
 Del suo aspetto e posizione ne abbiamo avuto una descrizione sommaria da parte di Vittoria, ma non credo sarebbe difficile cercando in qualche archivio risalire alla posizione originaria, sarebbe bello poter rivedere quel simbolo reinterpretato con il gusto e le norme vigenti, come testimonianza di un impegno per attuare scelte ecosostenibili, per ricordare che sebbene ognuno di noi abbia i servizi primari nella propria abitazione, gli stessi se non preservati con scelte lungimiranti potrebbero venire meno.

 

Michela Formentin
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